Saturday, January 17, 2009

L'Eni e la Basilicata sul Financial Times

(Foto: Centro Oli -raffineria- di Viggiano, Basilicata)


L'articolo in lingua inglese scritto da Guy Dinmore e' stato pubblicato online il 17 Novembre 2008 ed e' raggiungibile sul sito originale del Financial Times cliccando qui. La traduzione in italiano, riportata di seguito, viene dal sito di OLA.it.


Italian dash for oil sounds rural alarm
By Guy Dinmore

Aridi deserti nascondono il patrimonio petrolifero del Medio Oriente, distese ghiacciate coprono quello della Russia. Sfortunatamente per gli abitanti della Basilicata, il giacimento petrolifero sulla terraferma più grande d'Europa giace sotto foreste, terreni agricoli e antiche comunità.

Lupi, cervi e a volte orsi vagano tra le montagne diventate parco nazionale, dove il rumore degli impianti petroliferi sale tra le cime degli alberi in stridente contrasto.

Canali scavati tra querce e faggi portano gli oleodotti fino al complesso di Viggiano, dove i gas vengono separati e il greggio trasportato per altri 130 Km fino a una raffineria. L'odore di zolfo si fa strada fino ai paesi di origine medievale sulle colline, dove le finestre con le serrande abbassate e i muri fatiscenti sono la testimonianza di una popolazione in fuga. Non sorprende che gli ambientalisti e i residenti siano preoccupati per il progetto delle compagnie petrolifere -Eni, Total, Shell e Esso- di raddoppiare la produzione ricavata da un'area altamente redditizia e di arrivare a coprire il 10% del fabbisogno totale italiano nel giro di qualche anno.

Gli attivisti si sono duramente battuti per 15 anni per far istituire un parco nazionale nella zona della Val d'Agri. La legge è finalmente entrata in vigore lo scorso marzo, vietando così l'estrazione mineraria. Nel frattempo Eni, il gigante dell'energia in parte di proprietà dello Stato, ha già costruito una mezza dozzina di teste di pozzo all'interno del parco e in numero maggiore al di fuori.

Le preoccupazioni sono aumentate questo mese quando Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'ambiente ed industriale, ha scartato la scelta del guardiano del parco fatta dall'amministrazione regionale e ha nominato un commissario di sua scelta.

Il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi sta inoltre preparando una legge che toglierebbe alle regioni come la Basilicata il diritto di veto sui progetti per la costruzione di infrastrutture. L'obiettivo è quello di porre rimedio alla reputazione italiana da "non nel mio giardino" nei confronti degli investitori stranieri.

"Non possiamo rimanere bloccati per anni, aspettando un'approvazione che potrebbe non arrivare," dice Claudio Descalzi, presidente di Assomineraria, un'associazione di compagnie petrolifere e minerarie. L'industria vuole che la trafila per ottenere le autorizzazioni sia chiara e breve, continua Descalzi, che è anche Direttore Generale della Divisione Esplorazione e Produzione di Eni.

Il vento ha cominciato a girare dalla parte dei grandi progetti industriali quando (il partito dei) i Verdi, i cui membri erano delle figure chiave all'interno del precedente governo di centro-sinistra e che erano accusati di bloccare la maggior parte dei progetti, sono stati sconfitti alle elezioni dello scorso aprile.

I politici locali sono per la maggior parte favorevoli ai progetti di espansione. Chi è contrario afferma invece che la loro coscienza è stata zittita da consistenti percentuali sugli utili elargite da Eni. Se da una parte costituisce un introito per le regioni povere, dall'altra il denaro dà luogo al "clientelismo" [in italiano nel testo, N.d.T.] - raccomandazioni di politici - e non è sempre ben speso.

Nonostante le promesse di posti di lavoro e di investimenti, il paese di Grumento Nova ha perso un quarto dei suoi abitanti. La gente del posto indica come causa della migrazione l'inquinamento prodotto dal vicino complesso di Viggiano e la mancanza di lavoro.

Pino Enrico Laveglia, il medico locale, sta facendo causa a Eni per quello che ritiene essere un significativo aumento del numero di infezioni alle vie respiratorie e di tumori causati dall'inquinamento. "L'arrivo di questi signori ha portato a un disastro ambientale", dice. "Una volta qui non c'era la nebbia. Adesso c'è della polvere azzurrognola e non viene dalle fate dei boschi."

Ma non ha speranze di vincere la causa e dice che la gente è troppo remissiva e divisa da vecchie diatribe per protestare.

Le persone del posto tendono a raccontare la stessa storia – i giovani se ne vanno in cerca di lavoro, sindaci corrotti sprecano le percentuali sugli utili e l'inquinamento corrode i pilastri dell'agricoltura e del turismo. Le grandi aspettative create quando la produzione di petrolio è cominciata in maniera significativa circa 10 anni fa non sono state soddisfatte. Pochi ripongono fiducia nel sistema di monitoraggio dell'inquinamento. Sorridendo cupamente dicono che la Basilicata si è "sacrificata" per il resto d'Italia ma che i loro connazionali non lo sanno.

Una gallina dalle uova d'oro per le compagnie petrolifere e i governi, l'incremento dell'attività di estrazione sembra inevitabile.

I costi delle attività di Eni ammontano a meno di 2,3 euro al barile, e a circa 6,3 euro compreso l'aumento della produzione. Le royalties pagate alla regione sono stimate al 7% dei prezzi di mercato di cui il 15% va alle amministrazioni locali. Eni afferma che alla fine del 2007 ha speso 368 milioni di euro, con una produzione lorda del valore di 5,2 miliardi di euro circa.

Eni, insieme a Shell Italia, produce circa 75.000 barili al giorno in Basilicata. La produzione è destinata ad aumentare fino a 104.000 barili al giorno nel 2010. In un secondo momento, in attesa dell'approvazione ufficiale, ci potrebbe essere un ulteriore aumento di 30.000 barili al giorno.

Eni fa sapere che tutti i nuovi pozzi saranno situati al di fuori dei confini del parco nazionale e che il livello di inquinamento è al di sotto (non supera) dei limiti imposti dall'Unione Europea. Le teste di pozzo saranno collocate nel sottosuolo, una volta completate le trivellazioni esploratorie.

Total, Shell e Esso hanno anche il permesso di trivellare e di costruire un polo di estrazione, con la possibilità di raggiungere una produzione di 50.000 barili al giorno nel 2011.

In Italia il consumo di petrolio sta lentamente diminuendo ed è sceso fino a raggiungere 1.750.000 barili al giorno nel 2007. Gli studiosi affermano che facendo nascere false speranze e non illustrando le conseguenze, gli affari e i politici hanno creato tra la gente un clima di diffidenza nei confronti delle autorità che durerà per lungo tempo. Il conseguente senso di rimpianto e di sfiducia è difficile da dissipare mediante il dialogo.

Ad esempio, gli epidemiologi sostengono che i casi di cancro non possono essere sorti in soli 10 anni a causa dell'industria petrolifera. I sociologi affermano che buona parte del sud Italia vive il fenomeno dell'emigrazione.

Giovanni Figliuolo, docente dell'università della Basilicata, ha rivelato che un'accurata ricerca sulla biodiversità condotta sulle attività di Eni ha concluso che l'impatto sulle zone circostanti è stato minimo e che è persino possibile che l'industria dell'energia, con le tecnologie adeguate, abbia un impatto positivo sulla biodiversità della Basilicata.

Alla domanda se le ricchezze derivanti dal petrolio siano una benedizione o, come molti affermano, una maledizione, Vito De Filippo, governatore di centro-sinistra della Basilicata che ha appoggiato i progetti di espansione dell'attività petrolifera, ha risposto: "Definirle una maledizione è esagerato. La Basilicata ha dovuto farlo per il bene del paese ma i guadagni e lo sviluppo economico non sono stati quelli che ci aspettavamo."

Intanto una nuova minaccia per questo idillio rurale si profila sotto forma di un progetto per una discarica per le scorie nucleari, necessaria a rilanciare l'industria nucleare italiana. L'intenzione di Roma di privare le regioni della possibilità di veto ne faciliterebbe il processo.

"Sarebbe un atto di guerra" dice De Filippo "dovrebbero farlo usando le armi."

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